Some Photos shooted for the Grim Museum (Berlin)

RIFLESSIONI SU LAURA GIANETTI E QUALCHE CONSIDERAZIONE SUL SUO LAVORO

/// di Marco Fioramanti




















"LUIGI XVI e XIV"
100x85 cm, stampa su kunstpapier, 2009


"L'Italia è un paese che non produce più nulla se non nani e ballerine [...] quando i giochi sono ormai chiusi. [...] Se vogliamo ricominciare partendo da noi [...] senza il potere criminale centralizzato e totalitario [...] liberare innanzitutto se stessi, conoscerci e liberarci da loro, da voi, dai fantasmi patriarcali, cattolici, comunisti, vescovati, popolari di una terra avvelenata popolata di anime morte [...] liberarci da papi, papesse, papponi."


(testo tratto dal video "La rivoluzione del non esserci" di Federico Bonelli)



Non ho alcuna intenzione di classificare le foto di Laura Gianetti. Mi convincono a prima vista. Così come mi convince il fatto stesso che lei dichiari, spontaneamente, di amare "Leningrad Cowboys go to America", il film che rese noto Aki Kaurismaki al grande pubblico.

Riconosco in lei - conoscendola come persona decisa e determinata - e nelle immagini esposte nella mostra, quella stessa coerente assurdità di fondo che la lega al regista finlandese. I gesti che Laura blocca di continuo in una posizione attenta, le immagini che l’artista smonta e rimonta, destrutturando il testo logico della bella forma, la rendono a mio avviso sempre riconoscibile agli occhi di un pubblico anche distratto. Hanno la stessa valenza del ciuffo a banana o delle lunghe scarpe a punta dei membri del gruppo rock finlandese.

L’arte, attraverso la fotografia, non deve ritrarre il visibile, ma trarre fuori comunque una verità che ci stupisce, per restarci dentro. Sospende l’attimo pensante, lascia la mente attonita, ogni pensiero resta per un attimo irraggiungibile. E non è solo grazie alla frammentarietà dei corpi - chinati o stesi a terra, intrisi di cenere di polvere o di fango - oppure alle posture degli insiemi (le corpografie) che Laura ci propone, ma anche grazie a quella leggera inquietudine che ogni suo lavoro ci trasmette.

I paesaggi urbani, invece, ci lanciano una sfida apocalittica alla quale non riusciamo a dare un nome, osserviamo solo ciò che resta: macerie, frantumi, sul muro un solo numero - il quattro - scritto grande, immobile come il coleottero infilato dallo spillo, testimone della fissità e dell’ossessione di classificare il mondo. Nel trittico dell’“Orchestra”, stranamente a colori, il volto celato della direttrice, mascherina sugli occhi, ci permette di dare forma, stavolta, pur sempre evanescente, al vuoto gestito tra le mani che rappresentano i suoni di strumenti vari.

Come i Leningrad Cowboys, anche Laura si appresta a cambiare aria, lingua e abitudini. Ha deciso, anche lei come loro, di superare la soglia e mettersi alla prova. Una volta si sarebbe detto “tentare la fortuna”, lei a Berlino, loro negli USA. Per loro, nel film, sappiamo per certo che il successo è garantito. Per la legge della similitudine, andrà bene anche a lei, ne siamo certi. Berlino è una città irriverente per natura, come ogni film di Kaurismaki (pensiamo a Vita da Bohéme), non segue regole, non ha una trama ben precisa, ma accetta tutto e tutti. E questo è parte del suo fascino.

Riservata e imprevedibile, Laura Gianetti accetta l’inebriante sfida che quella città, ancora una volta, ha lanciato a lei e alle generazioni di artisti che l’hanno preceduta, e sarà terreno fertile per la ricerca dell’interazione tra corpo e ambiente che l’artista va inseguendo.